La mia storia inizia nel marzo del 1988. Ho 52 anni, mi chiamo Sandra (la matta).
Sono sempre stata una donna dinamica, sportiva, piena di vita e di gioia di vivere.
Da tempo mi sentivo diversa, stanca, apatica.
Avevo scoperto un nodulino al seno destro, ma nonostante tutto, non gli davo importanza perché avevo un seno piccolo e pensavo che certe malattie capitavano solo chi aveva un seno grosso.
Il tempo passava e non mi decidevo a fare niente, era stato il mio compagno a farmi notare questo nodulo, dopo tante sue insistenze di farmi visitare. Così, ne ho parlato a mia sorella che allora faceva l’infermiera professionale. Il giorno successivo mi aveva già prenotato una mammografia. L’esito mi consigliava una visita dal senologo. Mia sorella mi ha prenotato la visita, sono stata sottoposta al prelievo con l’ago aspirato. Dopo un mese, all’arrivo dell’esito, è stato deciso l’intervento. Il medico voleva operarmi in anestesia locale, siccome non avevo avuto altri interventi, solamente l’asportazione delle tonsille all’età di 14 anni.
Avevo paura? Tanta!! Tanta!!
Deciso il ricovero, sono entrata in ospedale un sabato mattina: era il 28 maggio; nel reparto di chirurgia donne aspettavo tranquilla che arrivasse il momento dell’intervento.
Alle 7.30 del lunedì, sono stata la prima in attesa ad essere operata; il personale dell’unità di anestesia era molto gentile, e tutti chiedevano se ero agitata; ricordo che il medico mi ha infilato l’ago della flebo, io guardavo la grande lampada che era sopra di me, mi sono assopita lentamente. Ignara della mia lunga operazione, perché le cose sono andate diversamente; avevo solo un nodulo? Perché operando escono sempre le sorprese; mi è stata fatta una quadrantectomia con svuotamento ascellare.
Mi sono svegliata che avevo un dolore fortissimo al braccio destro e addosso gli occhi angosciati di mia madre, e le dicevo: " Mammina, ti prego, aiutami " lei mi accarezzava e mi massaggiava il braccio.
La prima notte è stata lunghissima, interminabile. Le persone degenti, nella mia stessa camera avevano sempre una parola dolce per me; la mia mamma piangeva sempre.
Il giorno seguente, il medico chiese di parlare con i miei familiari, per spiegare l’esito dell’intervento.
Io vivevo in una incoscienza totale, ero certa che mi avessero tolto un nodulo benigno.
Ho vissuto per lungo tempo con questa convinzione.
Ma… Il giorno che sono andata in Direzione Sanitaria a richiedere la cartella clinica da portare all’ospedale di Ivrea, perché dovevo andare a fare la radiazione, curiosa come sempre, ho letto l’esito citologico: carcinoma.
Sono rimasta scioccata, e mi sono messa a piangere, disperata, perché avevo capito di avere un tumore; ero arrabbiata con i miei parenti, perché mi avevano tenuto nascosto tutto.
Per andare a Ivrea, avevo deciso di non prendere il pulmino dell’ospedale: andavo in treno da sola tutte le mattine; partivo alle 8.00 e ritornavo ad Aosta alle 13.00. Scendevo dal treno e, per passare il tempo, guardavo le vetrine, andavo al bar, poi, quando era ora, mi recavo in ospedale. All’uscita, ripetevo lo stesso rito; così, per due mesi: tutte queste cose non mi facevano sentire una persona ammalata.
La dottoressa della radiologia mi raccomandava di non prendere il sole, di non stancarmi, ma qualcosa scattava in me. Tutti i giorni prendevo il sole, andavo sempre in montagna, camminavo anche otto ore. Sono stata anche sul Gran Paradiso. Tutte queste reazioni mi hanno aiutata a dimenticare. Dopo tre mesi sono tornata al lavoro; piangevo sovente, perché non riuscivo a sentirmi dinamica come una volta.
Sentivo dentro di me qualcosa che non andava: ero sicura di non essere guarita!!
Infatti, dopo tre anni, nel 1991 ricominciai con i problemi.
Poiché dopo l’intervento, tutte le sere tastavo la ferita, ho sentito un nuovo nodulo, dove ero già stata operata. Piangevo, ero nervosa e non ne parlavo con nessuno. Alla visita di controllo in oncologia il medico non aveva riscontrato niente, ma io sì, sapevo.
Dissi piangendo a mia sorella di avere un altro nodulo. I miei genitori spaventati e scioccati mi prenotarono una visita a Milano dal Dr. V., il quale disse che dovevo essere operata.
Sono entrata in ospedale, ma la degenza è stata più breve e più sopportabile della prima operazione: mastectomia totale.
Il momento più brutto: quando mi dissero che dovevo fare la chemioterapia. Quanti discorsi mi fecero i medici perché ero testarda, non volevo saperne.
Il fatto di andare in menopausa! Non accettavo, ma con il pensiero di mio figlio che aveva bisogno di me, sono diventata più consapevole. Non voglio ricordare, tutto è passato!
Tutto passa nella vita; anche i momenti brutti diventano belli, quando puoi dire agli altri: ce l’ho fatta, sono viva.

SANDRA

Questo racconto è stato raccolto da: V.I.O.L.A. - Associazione a sostegno della vita dopo il cancro al seno
 

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