Pensieri e emozioni corrono così veloci dentro di noi!
E’ talmente difficile catturarli dando loro una parola giusta, per poterli "inchiodare" sulla carta.
La difficoltà consiste proprio nel tradurre i sentimenti in parole. Solo quando vogliamo esprimere quello che sentiamo dentro, in parole, ci rendiamo conto quanto esse sono povere e impotenti.
Penso che sia molto più facile descrivere la gioia che non il dolore. Perché la gioia, la felicità si espandono dentro di noi a macchia d’olio, restando in superficie dell’anima.
Ed è relativamente facile trovare le parole per trasmettere lo stato di stordimento e di ebbrezza che esse ci procurano.
Il dolore, la sofferenza vanno invece in profondità del nostro cuore, fino alla disperazione più nera e senza fine.
E non esistono le parole capaci di esprimere questi sentimenti. Con la parola cancro, che prima per me era quasi priva di contenuto, come lo è tuttora la parola "fame", perché non l’ho mai provata, ho toccato la superficie di quell’abisso che è la sofferenza.
E fermandomi sulla superficie ho soltanto intuito quanto può essere lacerante e senza fondo il dolore.
Sono passati 18 mesi da quando mi è stato diagnosticato il cancro alla mammella.
L’angoscia, la rabbia, il pianto e la speranza si sono alternati durante tutto il periodo della malattia: prima e dopo l’operazione e durante la radio e chemioterapia. Piangevo di rabbia perché un cancro ha osato scombussolare la mia vita.
La paura di lasciare orfani i miei figli mi stringe la gola e il cuore. La prospettiva di rimanere costretta a letto mi angosciava tantissimo.
Oggi sono consapevole che ci sono stati anche i lati positivi di tutta la vicenda. Per prima cosa ringrazio il Signore perché il cancro ha colpito me. Vedere ammalato qualcuno della mia famiglia sarebbe stata una sofferenza atroce, senza paragone con quello che ho passato ammalandomi io.
Ne sono uscita più matura, più attenta alle cose della vita, sia quelle belle che quelle brutte. Capisco meglio la sofferenza altrui, ho più voglia di aiutare il prossimo e sono più tollerante. La malattia ha modificato il significato che davo alla famiglia: oggi non la percepisco più come una cosa dovuta ma come un dono meraviglioso ed essenziale.
Ho capito che bisogna affrettarsi ad amare le persone care e comunicare loro i propri sentimenti quotidianamente senza aspettare occasioni speciali.
Questo riguarda la mia famiglia e i miei amici che durante il periodo buio hanno dimostrato di volermi bene e mi hanno aiutata sul piano morale e pratico portandomi ad Ivrea per la radioterapia, ad Aosta per la chemio, stirando, facendo la spesa e sbrigando tutte le formalità per spedire i miei bambini in colonia.
Sono anche diventata più coraggiosa nell’esprimere e realizzare le mie idee. Non subisco più, ma affronto.
Cerco di vivere meglio, senza fretta, trovando dei piccoli piaceri nel solito tram tram della vita, concedendomi per esempio più tempo per parlare con i miei famigliari, leggendo e bevendo tutti i giorni il caffè nella tazzina di porcellana regalatami il giorno delle nozze e rimasta nascosta per anni per la paura di romperla.
Ci sono ovviamente anche i lati negativi del dopo cancro. Un’angoscia profonda ad ogni malessere, la paura delle ricadute, delle metastasi. Più pessimismo nel percepire la vita.
E sul piano fisico la menopausa anticipata a causa della chemioterapia con tutti i suoi sgradevoli effetti collaterali. Se prima mi sentivo ancora una ragazza un po’ matta, agile e allegra, mi ritrovo adesso invecchiata di 15 chili, stanca e arrugginita. E tanto arrabbiata, perché non ho avuto la libertà di scelta tra lasciar fare alla natura o seguire la terapia ormonale.
C’è poi chi mi consola dicendo che una donna magra è come un vestito senza tasche, perché non sai dove mettere le mani, ma non serve, mi odio grassa così.
Per concludere vorrei parlare dell’ultimo dono che mi ha portato la malattia. Dico l’ultimo, perché è arrivato a cure ultimate. Si tratta dell’Associazione V.I.O.L.A. e delle "Violette" che sono per me come un’oasi della quiete, della sincerità, dell’amicizia e dell’accettazione reciproca.

LA SPERANZA

Questo racconto è stato raccolto da: V.I.O.L.A. - Associazione a sostegno della vita dopo il cancro al seno
 

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